Il vestito a balze

scritto da MaricaR
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Da "Una nonna racconta" Una chiacchierata tra me e mia nipote di 10 anni - due epoche a confronto
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Testo: Il vestito a balze
di MaricaR

“Driiiin… driiin…”?
“Pronto”
“Ciao, mamma, senti, ho necessità di uscire e non voglio lasciare Sofia da sola. Potresti venire a tenerle compagnia? Cercherò di sbrigarmi al più presto”?
“Va bene, non preoccuparti. Arrivo”?
Elvira si alzò dalla sua amata poltrona dove passava interi pomeriggi a leggere o a guardare la TV, si cambiò, prese le chiavi di casa e si diresse verso la casa di sua figlia. Non era lontana e ci sarebbe arrivata in meno di cinque minuti.
Venne ad aprire Sofia che l’abbracciò con il suo solito entusiasmo. Era una bambina dolcissima ed Elvira quando la vedeva faceva sempre gli occhi dolci.
“Vieni, nonnina, ti faccio vedere una cosa”?
La portò nella sua cameretta, cioè nel caos più totale. Elvira dovette fare spazio per potersi sedere e si ritrovò tra magliette , pantaloni, camicette, scarpe e ogni cosa che una bambina di dieci anni può avere nella sua camera.?
Sofia cominciò a indossare una maglietta dopo l’altra e si guardava allo specchio con mille moine poiché tentava di abbinarne una a un paio di pantaloni veramente carini. ?Elvira la guardava e sorrideva ma a un certo punto le chiese:
“Sofia, ma che combini? Stai tirando fuori tutto il guardaroba.”
“Nonnaaa, ma io devo pensare al mio outfit”
“Cosaaaa? Rispose Elvira, non per scimmiottare sua nipote ma proprio perché non capiva di cosa stesse parlando.
Sofia la guardò e si rese conto che veramente la nonna non aveva capito, così le spiegò ciò che intendeva dire.
Non soddisfatta di ciò che aveva provato andò verso l’armadio, tirò fuori un bel vestito e lo mostrò alla nonna.
Elvira deglutì, il vestito era incantevole. Era di un bel tessuto in tinta unita che finiva con una balza di fiorellini delicati intonati alla stoffa. A Sofia sarebbe andato a meraviglia ma Elvira andò con il pensiero a un’altra bambina che, nell’immediato dopoguerra, aveva un vestito a balze ma non assomigliava a quello che ora aveva davanti.
Sofia notò l’espressione diversa della nonna e le chiese:?
“Nonna, che succede?”?
“Niente di particolare, solo ricordi, amore mio. Ti va di andarci a sedere di là e ascoltare la storia di un mio vestito a balze?”?
“Anche tu ne avevi uno?” chiese la bimba “lo mettevi per le feste?”
Elvira non rispose, la prese per mano e andarono a sedersi in salotto, l’una accanto all’altra.?
Sofia era attenta e guardava la nonna con curiosità.
Elvira, emozionata, iniziò il suo racconto.
Le prime parole uscirono lentamente, quasi a fatica, come quando si deve dire qualcosa ma si cerca di stare attenti a non essere bruschi, per non ferire, per non sortire un effetto doloroso.?
“Sai Sofia, quando avevo la tua età, la guerra era finita da poco.”
“La guerra, nonna, proprio la guerra guerra? come quella che vediamo in TV”?
“Sì, proprio quella, con tante bombe e distruzione. Il nostro territorio è stato completamente raso al suolo ma , per fortuna, prima di iniziare il bombardamento più disastroso, noi paesani fummo allontanati dalle nostre case e portati o verso il nord o verso il sud.”
“E tu, nonna, dove sei andata?”
“Io, con la mia mamma, mia nonna Maria Civita e mia sorella siamo state ospitate a Roma da un parente. Tornammo a Minturno dopo la liberazione di Roma. Era tutto distrutto ma eravamo tutti vivi e felici di avercela fatta.”
Sofia trasse un sospiro di sollievo ed Elvira capì che doveva alleggerire il racconto. Fece un grande sforzo e sorrise alla nipotina.
“Nel giro di un mese dalla fine della guerra” riprese Elvira “eravamo tutti rientrati. Non sapevamo se avremmo ritrovati tutti i paesani ma i nostri conoscenti c’erano, proprio tutti.
Gli adulti cominciarono a discutere su cosa bisognava fare, come organizzarsi per ricostruire le case, come procurarsi il necessario per vivere, perché non avevamo più niente e cose di questo genere.
Tra le tante necessità c’era anche quella dell’abbigliamento.”
Sofia sorrise e chiese:?
“Allora anche tu, nonna, pensavi al tuo outfit?”
“Tesoro mio, l’outfit non era un problema per nessuno a quei tempi, non perché non sapevamo quale vestito scegliere ma perché non c’era scelta. Ognuno di noi, adulto o bambino, subito dopo la guerra, aveva al massimo due vestiti. Io, ricordo, ne avevo uno, di cotone, color verdino, attillato, con le maniche a sbuffo, che era diventato troppo corto ma era ancora abbastanza nuovo, e la mia mamma, per farmelo indossare ancora, aveva aggiunto all’orlo una balza di un colore a casaccio, ricavata da una stoffa avanzata dal vestito cucito per mia sorella, più grande di me. Ne avevo anche un altro, senza balza, che non andava più a mia sorella ma che io potevo indossare comodamente. E sai la cosa bella? Che già sapevo che il vestito cucito per mia sorella, con la stoffa dalla quale era stata ricavata la balza per me, l’anno successivo sarebbe passato a me.”
“Nonna, ma questo non ti faceva arrabbiare? Alla zia sempre cose nuove e a te quelle sue?”
“Non ne ero contenta ma non mi arrabbiavo perché a quell’epoca le cose andavano per tutte così. Questo è durato fino a quando mia sorella ha smesso di crescere e con il tempo, anche le risorse che avevamo a disposizione erano migliorate. Ricordo che, quando stavamo un po’ meglio economicamente, la mamma , per la Pasqua, ci comprava sempre un vestito nuovo.
Comunque, per farti capire meglio lo spirito del tempo del dopoguerra, devi sapere che c’era una mia compagna di scuola, lei non aveva sorelle ma solo fratelli, che portava un vestito fino a che non si consumava e le balze crescevano di anno in anno con lei. In quella famiglia, come in altre del resto, c’era il problema delle scarpe. Ricordo di aver visto più di un fratello con le scarpe tagliate in punta, l’alluce che usciva e così non faceva male e le scarpe potevano essere usate più a lungo.
Le scarpe tagliate in punta, né io né mia sorella le abbiamo mai portate ma ricordo che, quando il calzolaio ce le faceva, mia madre chiedeva sempre una misura più grande, per farle durare di più.”
“E come camminavi con le scarpe larghe”
“Beh, ricordo che quando erano nuove la mamma metteva un bel batuffolo di ovatta alla punta per riempire il vuoto e, poi, quando il piede cresceva insieme a me, si toglieva man mano l’ovatta e le scarpe duravano fino a quando il piede ci stava comodo.”
Elvira guardò Sofia e si rese conto che per quel giorno sarebbe stato meglio finirla lì e farla tornare al suo outfit.
Si alzò, anche Sofia si alzò e si strinsero in un tenero abbraccio pieno di amore che diceva tante cose non dette.

Il vestito a balze testo di MaricaR
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